HANDICAP E (IN)CIVILTA’

Uno dei temi più spinosi e delicati della nostra società postmoderna riguarda la reale accoglienza di chi spesso viene ingiustamente classificato come diverso. La diversità è un valore importante se associata all’affermazione dell’identità personale, ma diventa qualcosa di negativo e pericoloso quando  si contrappone a un’idea corrente di normalità come criterio discriminante ed elitario che crea divisioni e fratture in seno alla collettività. Nel caso della disabilità osserviamo in maniera esemplare questo fenomeno di esaltazione dello scarto che separerebbe artificiosamente le persone in due categorie: normali da una parte, diversi dall’altra. Ma non mi stancherò mai di ripeterlo: normalità e diversità sono concetti relativi e fuorvianti, che concernono usi, costumi e abitudini esteriori, senza minimamente lambire l’essenza di una persona. Si è diversi e normali rispetto a chi? Chi vive una condizione di disabilità motoria, ad es., non si percepisce come diverso, né tantomeno come inferiore. Ha solo una limitazione fisica ma ciò non dovrebbe inficiare il pieno sviluppo della sua personalità nei vari ambiti. Vita sociale, affettiva, lavoro, tempo libero, viaggi e scoperte dovrebbero essere accessibili a chiunque, indipendentemente dal fatto che per muoversi si debba ricorrere ad ausili, stampelle, protesi, sedie a rotelle, etc… L’Handicap è un problema rilevante che coinvolge complesse dinamiche psico-sociali, sanitarie, ma soprattutto umane. Ribadisco quanto sostenuto in altre occasioni: il grado di civiltà di una nazione non si misura, a mio avviso, dal prodotto interno lordo o da altri parametri economico-finanziari, ma in base alla capacità di venire in soccorso agli ultimi, alleviandone le sofferenze. Utilizzando questo schema argomentativo, risulta evidente come l’Italia non meriti la patente di nazione civile. Come non merita l’aggettivo civile quel genitore che abbandona il figlio più debole al suo destino. Mi sconcerta l’atteggiamento giustificazionista dello status quo  che si va affermando sempre di più, il disabile sta bene, ha tutto, diritti, assistenza, cure. Lo Stato aiuta. E’ vero, sicuramente. Ma si tratta di un aiuto light, minimo, che non consente agli schiavi di liberarsi dalle catene. Cioè dalla possibilità di un’esistenza autosufficiente dal punto di vista economico, e come tale sganciata dall’ipoteca delle famiglie d’origine e degli istituti eufemisticamente detti “di cura”, dove si sconta una sorta di forzata reclusione che sottrae dignità e libertà…

HANDICAP E (IN)CIVILTA’ultima modifica: 2011-02-20T19:12:43+01:00da domenicoturco
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