CONOSCENZA, NULLA E INFINITO

Il Tempo del Risveglio dev’essere considerato probabilmente l’unico fine o limite dell’umanità non ancora riscattata dalla sua condizione di minorità permanente, stato che la rende in genere prigioniera di una conoscenza parziale delle cose.

Il problema dei rapporti tra conoscenza e comprensione richiede una trasformazione, nel senso di una riforma della prospettiva ermeneutica in cui la conoscenza è stata spesso intesa come un grado inferiore rispetto alla comprensione. In realtà bisogna capovolgere questa concezione, realizzando una ricognizione etimologica dei due termini, conoscenza e comprensione; conoscenza deriva dal latino cognoscentia, dal verbo cognosco legato alla radice indoeuropea GNO, la stessa del greco gnosis e da un altro verbo, sempre greco, gignesco, che vale tanto “conosco” quando “io divento”.

Quindi la conoscenza individua un tipo di sapienza come possesso saldo, frutto di un processo dinamico di trasformazione che contempla anche un riferimento al divenire, al flusso indeterminato e determinante delle occorrenze che hanno luogo nella realtà e che la formano. Diversamente, la comprensione rinvia etimologicamente ad un altro termine latino, comprehensio, che valorizza sì un’idea cognitiva, ma trattasi di un’idea cognitiva alquanto debole, correlata com’è al semplice atto  del com-prendere, cioè dell’afferrare insieme i collegamenti inerenti ad un concetto, come le connessioni tra due o più concetti.

Conoscenza indica invece non già un corrivo relarsi tra i concetti, che assume normalmente l’aspetto di un fenomeno metodologico, ma piuttosto una certezza forte, assoluta e tetragona ad ogni sommovimento, un sapere reale e non metodico, non formale né formalistico.

La conoscenza è superiore alla comprensione, in quanto implica un momento successivo ad essa, in cui dopo aver afferrato una determinata idea in tutte le sue intime connessioni, sono poi capace di intuire la struttura della stessa, mediante l’atto del comprendere, ma se mi fermo solo a questo stadio non posso considerarmi pienamente soddisfatto, la mia mente è come trattenuta nel suo movimento perpetuo di espansione cosmica, come imprigionata nell’ambra fossile di un sistema di pensiero incompleto e incompiuto. Dopo la comprensione, viene la conoscenza, cioè dopo la prima navigazione intorno al concetto viene l’esplorazione dello stesso; esplorare qui significa: indagare profondamente, battere il terreno passo a passo, diventare partecipi di un pensiero dinamico che si trasforma e ci trasforma dall’interno… 

La comprensione è peculiare di una saggezza superficiale, un possesso che non è possesso, in realtà, ma solo un temporaneo acquisto senza nessun beneficio che non sia anticipazione di un’ulteriore attraversamento.

Quando l’umanità abbandonerà la sua pretesa di sapere totale diverrà totalmente sapiente, e ci sarà una fase storica di reale maturità che ne segnerà in modo incisivo il percorso evolutivo in direzione di una raggiunta liberazione individuale e collettiva.

La Nuova Era potrà rendere l’umanità libera nel momento in cui questa cesserà di credere nella libertà, che è la libertà apparente di ogni relativismo etico e spirituale, di ogni fatua comprensione epidermica, e non già la liberazione salvifica derivante da una conoscenza pura e rigeneratrice delle scorie nocive che contaminano alle radici l’albero della vita. In altri termini, la Nuova Era non potrà portare a quel tipo di libertà, ma deve limitarla in vista di un superiore principio ontologico, di una più vasta coscienza spirituale.

Ogni relativismo etico e spirituale rappresenta semplicemente una prospettiva di libertà apparente, che tende per sua paradossale costituzione a dar vita ad un sottile dogmatismo di nuovo modello.
In queste forme locali di concezione relativistica sembra in qualche modo perdersi qualsivoglia riferimento alla Stabilità, al Centro, che ormai non ha la possibilità concreta di reggere a lungo di fronte al nichilismo imperante, autentica deriva verso il nulla che offusca i conclamati e stupefacenti successi della scienza-tecnica moderna.

Tuttavia il nichilismo è solo una delle pericolose vie di perdizione speculativa suggerite dalla temperie attuale, l’altra può essere la radicalizzazione delle differenze nella proliferazione infinita di forme di pensiero, stili esistenziali, atteggiamenti etici.

La lezione che si può ricavare dalla concomitante influenza del nichilismo e del relativismo sui sistemi di pensiero post-moderni è pressoché ovvia: ciò che è relativo per un determinato ambito (fisica, biologia, etc…) non può valere indistintamente per ogni fenomeno, se pure particolari eccezioni abbiano una certa legittimità – nel senso giuridico del termine. 

Un più profondo, lungimirante sguardo sulla realtà la individuerà come un kosmos, ordine che è sempre caotico o  caos perfettamente ordinato definizione la quale, a pensarci bene, non  ha in effetti straordinari poteri di definire una realtà alquanto fluttuante, ma, semmai, di evocarla e descriverla per sommi capi.

L’universo segnico che ci circonda è pregno d’interconnessioni, come le tessere di un mosaico; simili relazioni vanno senz’altro oltre il visibile, e suggeriscono il superamento dei limiti, fino a raggiungere il Limite assoluto, l’Infinito, parola imprecisa e fuorviante in quanto negatrice della fine come di ogni operazione definitoria  delle sue accezioni.

L’infinito è coincidenza di totale e reale, o, per usare una terminologia interna al gergo filosofico (nella fattispecie hegeliano), un agonistico dialogare del vero con l’intero.

Di per sé, quindi, l’Infinito non è ciò che non ha fine, ma è, prevalentemente e problematicamente, la Fine stessa, da ricostruire lungo le coordinate di tutt’altra interpretazione.

In questa sede, affermare con forza lo Statuto dell’Infinito in relazione alla Fine non porterà a quell’incoerente eresia speculativa che va sotto il nome di Nichilismo, senza dubbio il più debole dei pensieri.

La Fine è piuttosto l’autocompimento attuale ed atemporale della realtà, un’altra indicazione toponomastica del suo insieme complesso e conclusivo, inteso sia globalmente che nei singoli enti che la formano.

La Fine è l’Infinito, l’Infinito è la Fine: in entrambi i casi si è ben lontani dal Nulla assoluto, dal Nihil esistenzialista come senso ultimo da attribuire a noi stessi, gli abitanti del tempo, e al mondo di pure immagini dell’esperienza sensibile, concreta.

Nella Fine s’intravvede il Principio, che è lo stesso dell’infinito in una prospettiva di armonizzazione degli opposti, la quale non annulla i fenomeni ma li risolve entro una superiore dialettica, comune al nostro destino di viventi, come al resto della realtà non vivente, ma in cui pulsa misteriosamente l’inneffabile essenza del Mistico, la scintilla divina immanente nelle cose.  

Domenico Turco per Rosso & Nero

CONOSCENZA, NULLA E INFINITOultima modifica: 2007-06-28T12:30:00+02:00da domenicoturco
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