SEQUENZE DI VITA

Recensione del libro di Diego Puzzangara “Sequenze di vita” (Il Filo, Roma 2007)

Una storia di ambiente tipicamente siciliano, che si svolge due anni prima dell’Unità d’Italia, e che per tematiche e spunti narrativi ricorda le grandi opere della letteratura isolana dell’Ottocento, soprattutto le Novelle Rusticane e I Malavoglia di Verga, ma anche le Novelle per un anno di Pirandello. Il romanzo Sequenze di vita di Diego Puzzangara (Edizioni Il Filo, Roma, marzo 2007) è ispirato ad un contesto simile a quello delle tradizionali novelle siciliane di area otto-novecentesca: abbiamo infatti a che fare con un mondo rurale e feudale, ancora intriso di arcaicità, primordiale nei suoi valori e nelle sue ristrettezze moralistiche, piccolo-borghesi. E’ un mondo nel quale le gerarchie, le differenze sociali e lo spirito di casta mantengono la preminenza. Si tratta di disuguaglianze molto accentuate e neanche lontanamente paragonabili a quanto riscontriamo oggi, in seno a società aperte e come tali democratiche, solidali, maggiormente sensibili ai bisogni ed alle difficoltà del singolo cittadino. Nel XIX sec. il quadro sociale era meno variegato, il consorzio delle umane genti, come si diceva allora, era vincolato alla rigida dialettica servo-padrone.

Ma la vicenda raccontata nel libro sembra smentire il luogo comune, essendo proprio incentrata su una sorta di armonia degli opposti eraclitea, in cui, ferme restando le ostilità e le incomprensioni tra governanti e governati, ritratti giustamente come due universi a parte dallo scrittore canicattinese, si realizzano comunque dei momenti di reciproco avvicinamento, di distensione.

Senza ribaltare il proprio ruolo gerarchico all’interno della struttura piramidale della società purtroppo ancora feudale dell’epoca borbonica, i personaggi del libro superano la diffidenza; nel bucolico piccolo eden del feudo Bonacqua nascono complicità, amicizie e persino amori.

Sequenze di vita è principalmente un inno all’amore, sia in senso ristretto, come legame uomo-donna, che in senso lato, universale, come corrispondenza di amorosi sensi, per citare il Foscolo.
Il romanzo narra di una love story di paese che coinvolge il poverissimo bovaro semianalfabeta Lillo Romitto e la giovane contessa Adele Girbone; a complicare le cose il fatto non trascurabile che Adele sia la sposa apparentemente felice del feudatario illuminato Silvano Bonifacio, signore delle terre di Bonacqua. Ci sarebbero i presupposti per invocare illustri antecedenti letterari, dal leggendario romanzo di Flaubert Madame Bovary al suo omologo russo, cioè Anna Karenina, capolavoro di Tolstoj, autore che Puzzangara ama particolarmente, accanto a Victor Hugo. Tuttavia ci sono grandi differenze in relazione al modo di agire di Adele, che dopo aver infranto il voto matrimoniale prende a poco a poco coscienza del grave errore commesso, inizialmente vissuto, più che come una mancanza di rispetto nei confronti del marito, con un senso di colpa che assume scopertamente una coloritura religiosa.

La rottura del sacro vincolo del matrimonio è percepita da Adele come una discesa agli inferi, o una caduta metafisica. La giovane contessa sembra confermare il concetto paolino secondo il quale l’uomo – ed evidentemente anche la donna – sarebbe imprigionato nel peccato. Ma le cadute non sono irreversibili, ognuno di noi è in grado di elaborare il lutto della propria sconfitta, di risollevarsi dalla polvere.

Chi trova la forza di commettere un danno, può trovare la forza di rimediare al male arrecato. Come recita un antico adagio siciliano, cu cadi e si susi, nun si chiama caduta. Il significato del proverbio è di una lampante chiarezza: se cadi ma riesci ad alzarti, la caduta cessa di essere tale.
Adele si capacita solo in un secondo momento, quasi a fatica, della sua caduta nell’abisso della coscienza, sottolineata dal clima di freddezza o di aperta ostilità che la circonda, e che in una certa misura non risparmia neanche la serva fedele Rosanna.

Ciò che modifica l’atteggiamento di Adele a proposito della sua relazione extraconiugale è l’omelia di Don Benedetto, prete austero, rigoroso, che messo al corrente della pericolosa liaison dalla pettegola contadina Antonia, detta A’ Capitana, preferisce non divulgare la cosa, ma in maniera allusiva fa pervenire lo stesso il suo monito alla nobildonna sua parrocchiana, che sembra recepire il messaggio.

La figura di Don Benedetto ricorda un’altra figura di religioso ideale, che è il Fra Cristoforo manzoniano, che all’interno dei Promessi Sposi svolge un ruolo di guida, di maestro spirituale, e in questo senso paragonabile a Gandalf nella trilogia di Tolkien Il Signore degli Anelli. Come mi ha confessato l’autore, mentre nella costruzione degli altri personaggi ha preso spunto da persone realmente esistite, nel caso di Don Benedetto ha creato un personaggio di fantasia, una maschera, che risulta stranamente più realistica e veritiera delle altre. E’ un uomo di grande spiritualità, ma di una spiritualità autentica, non dogmatica o di vedute ristrette, che riesce ad esempio con qualche icastico giro di frase a zittire le pettegole bacchettone che frequentano la sua pieve, a cominciare dalla già citata “Capitana”, di cui vuole smorzare il suo livore di intollerante beghina nei confronti della peccatrice Adele. Aggiungiamo comunque che nonostante il suo approccio da moralista, la Capitana si riscatta nel momento in cui muore all’interno della sua amatissima chiesa, proprio durante la messa, che si trasforma nella celebrazione del suo funerale. E lo stesso Don Benedetto, che pure tante volte aveva fustigato l’anziana donna, ne tesse le lodi elogiando la sua encomiabile fede in Dio.

La forza morale di Don Benedetto regge sicuramente il confronto con Fra Cristoforo, sono entrambi due religiosi veri, che scorgono nella loro attività una missione basata su un approccio libero e spontaneo ai valori ed agli insegnamenti della Chiesa di Cristo. Del resto, l’ispirazione cristiana permea tutto il romanzo; Diego Puzzangara, raccontando la storia semplice di una peccatrice come tante, ci aiuta a scoprire idee e prospettive di solidarietà, di altruismo, di fratellanza che possono acquistare un senso alla luce della Buona Novella, vista non già come dottrina astratta, ma rivissuta all’insegna del motto giussaniano Cristianesimo come esperienza.

Al valore religioso della fratellanza sono legate a doppia mandata le vicende che portano gli abitanti dell’immaginario borgo feudale di Bonacqua ad adottare – è proprio il caso di dirlo – il ragazzo Nardo Melodia, che, a conferma del detto latino nomen omen, cioè nome è destino, dimostra di possedere straordinarie doti di musicista.

La solidarietà di Ciccio De Garrì e degli altri bovari renderà possibile a Melodia di compiere gli studi nel più vicino Conservatorio musicale per affrancarsi dalla miseria e seguire la sua vocazione artistica.
Un esempio straordinario di coesione di tutta la comunità, che in quest’epoca sempre più dominata dalla solitudine del cittadino del villaggio globale costituisce un attestato di fiducia nell’uomo come punto di riferimento non assoluto, in quanto al di sopra dell’uomo vi è il mistero dell’Eterno con le sue ineffabili leggi che ognuno di noi può scoprire nel confronto e nel dialogo con l’Altro.
Sono insegnamenti pratici, da attuare nella vita di tutti i giorni, nonostante provengano da tempi molto remoti.
A proposito è estremamente esplicativo quanto scrive il critico Alfredo Pasolino “Sequenze di vita ha il grande merito di illuminare il passato per comprendere il presente”. Ed è verissimo: ci sono infatti diversi passi che meriterebbero una citazione, tuttavia per ragioni di brevità siamo costretti a riportarne soltanto due, dai quali emerge una riflessione che è ambientata ieri ma che allude in maniera neppure tanto velata all’oggi, al nostro irrequieto e contraddittorio presente.

Nella prima citazione, dietro la fiction letteraria si percepisce con nitida chiarezza il pensiero dell’autore, intercettato dalle parole di uno dei personaggi più emblematici del romanzo, il feudatario Silvano Bonifacio, il quale afferma che auspicare “il trionfo di un mondo migliore si deve concepire e quale anelito di libertà e quale conseguente risposta, anche se un po’ tardiva, della ragione umana a quell’andazzo di vita che attinge linfa dall’infelice fluire di quelli che furono i secoli bui”.
Ancor più pregnanti sembrano però queste affermazioni di un altro “uomo di progresso”, co-protagonista del libro e in qualche modo alter ego dell’Autore, il saggio Ciccio De Garrì: “Io, fratelli miei, non mi stanco mai di affermare e di sostenere che l’amicizia è un essenziale e indispensabile componente della vita, è il lievito delle relazioni umane, il sacro vincolo che, superando le barriere di casta, di religione e del colore della pelle, ci dà l’ampia possibilità di guardarci francamente in faccia, di esporre i nostri problemi e di venirci reciprocamente incontro, con fiducia, con calore e stima, ma, soprattutto senza pretese e con grande umiltà”.
Il nuovo romanzo di Diego Puzzangara, intitolato paradigmaticamente Sequenze di vita, sottolinea il valore sacro dell’amicizia, dell’amore e degli altri sentimenti, prodigando a larghe spanne una lezione di umanità e fratellanza rivolta al cuore di chi cerca dentro di sé le risposte alle domande “Da dove provengo? Dove vado? Dove finirò?”, risposte che ci può fornire soltanto la fede nella Verità e la fedeltà alla Parola divina, che, come il vento, soffia in ogni dove… 
 

L’Autore
Diego Puzzangara è nato a Canicattì, dove attualmente vive. Ferroviere in pensione, ha pubblicato una raccolta di poesie, Dolce candore (1967) e un romanzo, La grotta di Fra Gesualdo (Maremmi Editore, Firenze 2004).

SEQUENZE DI VITAultima modifica: 2007-05-30T12:55:00+02:00da domenicoturco
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